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CALCIO | 08 agosto 2013, 05:47

Andrea Dagnino, atto quinto

Il tecnico della Lavagnese concede una lunga intervista al sito internet bianconero

Andrea Dagnino (foto profilo Facebook)

Andrea Dagnino (foto profilo Facebook)

Archiviata ormai la prima gara della stagione, seppure in amichevole, contro la Primavera dello Spezia, la Lavagnese torna al lavoro in preparazione delle prime gare che conteranno veramente. Per avere le idee più chiare su come si stanno delineando gli equilibri all’interno della squadra, il sito internet della Lavagnese ha fatto quattro chiacchiere con colui che, da ormai cinque anni, è al timone della squadra bianconera, mister Andrea Dagnino.

 Mister, iniziamo dal mercato: tanti volti nuovi, qualche ritorno. Come lo giudica?

«Credo che sia il nostro solito mercato, fatto con intelligenza ed attenzione. Tre o quattro colpi mirati che hanno portato giocatori di assoluto valore ed esperienza, che faranno da guida ad un gruppo di giovani che quest’anno sarà ancora più nutrito di quello dello scorso anno. I “vecchietti” come detto sono di valore ma dovranno lavorare sodo anche per far crescere i tanti giovani che abbiamo inserito nella rosa. Da loro mi aspetto anche questo».

 

I nuovi arrivi richiederanno un cambiamento tattico, soprattutto in attacco?

«Direi proprio di si. L’anno scorso scendevamo in campo con un’idea di gioco più globale, più manovriera, anche perché non disponevamo del classico bomber di razza, dell’attaccante da doppia cifra che facesse reparto da solo. Quest’anno invece davanti abbiamo diversi giocatori di grandissima qualità che mi potrebbero permettere di giocare con un 4-2-3-1, sbilanciandoci un po’ di più in avanti, affidandosi all’estro dei giocatori d’attacco. Una cosa che nella scorsa stagione non abbiamo potuto proprio fare».

 

Cosa le è piaciuto di più in queste prime settimane di preparazione?

«Con la futura sparizione della doppia Lega Pro, la serie D sta diventando una sorta di semi-professionismo e mi ha colpito il fatto che chi arriva in questa categoria sa già che dovrà essere quasi un professionista, mettendo grande impegno, umiltà e forza di volontà. L’ho visto anche con i giovani, che invece spesso vengono denigrati o bollati come un po’ fannulloni. I giovani ci credono tantissimo e si mettono a disposizione della squadra, raccogliendo a volte meno di quanto potrebbero e dovrebbero, ma non certo per colpa loro, anzi».

 

E cosa c’è ancora da migliorare, oltre ovviamente alla condizione fisica?

«E’ presto ancora, abbiamo fatto solo un’uscita contro una formazione Primavera sebbene di grande spessore. Siamo un po’ più in ritardo fisico rispetto all’estate dello scorso anno ma credo che soprattutto dobbiamo ancora prendere gli equilibri giusti tra i reparti. Come detto, quest’anno ci schiereremo con una squadra a trazione anteriore e per farlo bene dovremo essere bravi a prendere meno reti possibile in un campionato che, visto il mercato delle avversarie, si preannuncia già durissimo fin dalle prime battute».

 

Pensa che alla Lavagnese manchi ancora qualche tassello da reperire sul mercato?

«La società, come sempre, ha fatto le scelte migliori in base alle proprie possibilità. In tutta onestà, non credo che ci saranno grossi colpi da qui alla fine del mercato. L’ossatura della squadra è questa e credo che resterà tale, salvo colpi dell’ultima ora che non sono proprio all’orizzonte. Credo che con questa rosa potremo essere nelle 6-7 squadre che si giocheranno i vertici della classifica».

 

Ovviamente in questo periodo le prestazioni dei singoli sono condizionate dalla situazione fisica che è diversa per ogni giocatore, ma ha visto qualcuno già un po’ più avanti degli altri, qualcuno che magari l’ha sorpresa?

«Credo che tutti stiano lavorando sodo, assorbendo i carichi di lavoro in maniera differente in relazione alla propria struttura fisica ma devo dire che due giocatori mi hanno davvero stupito. Si tratta di Venuti, che alla soglia dei 37 anni dimostra sempre una grande condizione, e Nicolini, che dopo due anni trascorsi in Eccellenza ha ritrovato subito il ritmo da categoria superiore, anche se si è dovuto fermare per un piccolo problema muscolare ma ha già risolto tutto. Loro due mi hanno davvero sorpreso positivamente».

 

Lei è al suo quinto anno alla Lavagnese, un “matrimonio” di durata abbastanza rara nel calcio di oggi. Ci racconti in due parole il suo rapporto con la società e con il presidente Compagnoni, in particolare.

«E’ un rapporto basato sulla fiducia e l’onestà reciproca. A me piace fare l’allenatore ma piace anche collaborare con le scelte della società, il presidente me ne ha dato la possibilità e così ho la fortuna di poter parlare con tutto lo staff per prendere decisioni importanti, anche sul settore giovanile. L’entrata di una persona come Paolo Scalzi è stata un momento cruciale per far crescere ulteriormente il nostro progetto, quello di portare avanti un lavoro di equipe che in questi anni ha portato risultati importanti. Se poi a questo gruppo si aggiunge anche un lavagnese-doc come Sannino, allora il quadro è completo. Quando un presidente è al campo praticamente ogni giorno e si fida del proprio staff, non c’è bisogno di mille chiarimenti. Lui sa benissimo perché vengono fatte certe scelte e tutto è più semplice».

 

Il presidente Compagnoni non si nasconde mai, il suo obbiettivo è quello di dare l’assalto ai playoff e giocarli da protagonisti, magari per tentare il colpaccio. Lei cosa ne pensa?

«A me fa piacere che il mio presidente sia una persona ambiziosa, è il sogno di ogni allenatore. Siamo però in un momento in cui non è affatto facile mantenere una squadra in serie D e lui lo fa con intelligenza e passione. E’ un presidente che ha giocato a calcio, che quindi sa capire i momenti di un campionato e vive a fianco della squadra per tutta la settimana, Gli piace cercare sempre di migliorarsi, certamente, ma ha l’esperienza e l’intelligenza di capire quando una squadra può essere fatta per vincere. Io e tutto lo staff lavoriamo sempre per fare il massimo, senza che da parte sua arrivino grandi pressioni».

 

Cosa vi manca ancora per essere a pieno titolo da salto di categoria?

«Ci manca una città alle spalle con risorse diverse. Ci servirebbe uno stadio nuovo, un campo nuovo e poi qualcuno che dia una mano al presidente, non perché non possa permettersi la categoria superiore ma perché per andare in Lega Pro, e restarci soprattutto, serve un organico societario molto più strutturato. Il primo tassello però sarebbe senza dubbio un rinnovamento delle strutture. Il comune ci ha sempre dato quello che poteva ma per la Lega Pro non credo che possa essere assolutamente sufficiente. Il nostro obbiettivo è stare sempre più in alto possibile, per dare al nostro settore giovanile uno sbocco importante in una realtà semiprofessionistica come è ora la Lavagnese. La nostra priorità è e resta questa».

 

Quale potrebbe essere invece la vostra arma migliore per provarci già quest’anno?

«La nostra forza in questi anni è sempre quella di far capire ai giocatori che arrivavano in che realtà si venivano a trovare, una realtà familiare dove si fa un calcio di livello professionistico, ma sempre una realtà dove il presidente, la società o i tifosi vivono il campionato con noi e insieme a noi, come succede nelle piccole squadre di provincia. Qua si gioca per la maglia e il primo obbiettivo è sempre quello di dare tutto quello che si può. Questa è stata la nostra filosofia in questi anni e ci possiamo vantare di non avere mai avuto polemiche fuori luogo, o liti all’interno proprio perché c’è sempre grande serenità, umiltà e lavoro».

 

Lei da giocatore era “Il Principe”, cosa dovrebbe avere la sua Lavagnese per assomigliarle?

«Non lo so proprio , a me la mia Lavagnese piace, ma la Lavagnese era un’ottima squadra anche prima che arrivassi io. Forse in questi anni siamo riusciti a dare quel qualcosina in più che ci ha permesso di tenere duro anche in momenti in cui incappavamo in brutti infortuni o momenti di classifica non esaltanti. Noi non abbiamo mai mollato. Sapevamo cosa vuol dire giocare in una cittadina come Lavagna, circondati da realtà importanti come Virtus Entella, Genoa, Samp e Savona, quindi non è facile trovare ragazzi bravi per fare buon calcio. Eppure noi riusciamo sempre ad essere lassù in alto a dire la nostra in campionato. Credo che alla fine sia proprio l’aspetto mentale a fare la differenza qui da noi, rispetto a società più attrezzate della nostra. Noi abbiamo un campo solo e ci giochiamo in 10 società. Ma proprio per questo si sviluppa un senso di attaccamento alla maglia e di appartenenza che non c’è altrove».

 

Nella sua carriera di calciatore ha anche giocato alcune stagioni nella Lavagnese, anche se non tutte di fila. Cosa ricorda di quelle esperienze?

«Ho giocato alla Lavagnese in tre momenti diversi della mia carriera ma potrei dire che la società è rimasta praticamente la stessa che avevo conosciuto in Prima Categoria, in Promozione o in Eccellenza sebbene ci fossero volti diversi, situazioni diverse e avversari diversi. In questi 15 anni di presidenza Compagnoni, con o senza Dagnino, con giocatori più o meno bravi, credo che la società si sia dimostrata ottima e solida proprio per merito di chi l’ha guidata. Qui sono passati giocatori di ogni categoria, dirigenti e allenatori più o meno bravi, ma credo che il filo conduttore sia merito di Compagnoni. Senza voler fare il lecchino, credo che lui abbia saputo dare un’anima a questa società. Vuole vincere ma con criterio e intelligenza, non come fanno altri presidenti che spendono senza senno. Lui è uno che ha sempre onorato gli impegni che si è preso e lo farà sempre. E’ questo il marchio di fabbrica della Lavagnese, in qualunque categoria si fosse trovata a giocare».

www.lavagnese.com

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